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Qualificazione delle imprese per l’efficienza energetica e la sostenibilità. CNA ed Enea firmano un accordo di collaborazione

 

Qualificazione delle imprese per l’ efficienza energetica e la sostenibilità. CNA ed Enea firmano un accordo di collaborazione

 

Le piccole imprese sono, da un lato, attori fondamentali della strategia italiana per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale e riduzione della CO2 fissati dalla UE e possono, d’altra parte, cogliere, in tale ottica, importanti opportunità di crescita competitiva.

Per supportare le Pmi in questa fase di cambiamento CNA ed Enea hanno firmato una convenzione che avvia una collaborazione in materia di formazione e qualificazione professionale al fine di dotare le imprese associate alla CNA di maggiori competenze nei settori della generazione distribuita, dell’ efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.

Gli obiettivi dell’accordo sono relativi alla creazione di una rete di micro, piccole e medie imprese competenti ad operare secondo i principi di efficienza e sostenibilità, a cui i consumatori possono rivolgersi per l’ installazione e la manutenzione di impianti, e per la progettazione e costruzione “sostenibile” in campo edile. Grazie a questo accordo si creeranno oltre 200.000 nuovi posti di lavoro.

La partnership Enea-CNA riunisce e integra le competenze di un ente leader nel campo della formazione e del trasferimento tecnologico in campo energetico e la conoscenza del settore artigiano e delle PMI, nonché la diffusione territoriale, della CNA.

Con questa collaborazione si intende offrire alle imprese un contributo importante per cogliere le opportunità derivanti dallo sviluppo di settori innovativi quali l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, oltre ad aiutare il Paese a rispettare gli impegni già assunti in tema di salvaguardia ambientale e destinati ad ampliarsi a seguito della recente approvazione del pacchetto Europeo sul clima e del prossimo appuntamento globale di Copenaghen.

 

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Da Gm a Bmw, chi vince la corsa all’auto verde

Il futuro dell’automobile potrebbe davvero ricominciare dagli Stati Uniti? Allo stato dei fatti è ancora molto difficile anche se in nome dell’ambiente è appena iniziata una rivoluzione fino a qualche mese fa assolutamente impensabile. Vediamo, dunque, di cosa si tratta e quante possibilità ci sono che il progetto vada davvero in porto. Il primo atto del nuovo presidente americano è stato quello di autorizzare la California e altri 13 Stati a fissare standard più severi sui gas di scarico delle automobili.
Subito dopo ha fatto seguito l’annuncio di un obiettivo prioritario per gli Usa, ovvero la drastica diminuzione della dipendenza petrolifera da altri paesi stranieri. «Voglio essere assolutamente chiaro — ha detto il presidente Barack Obama — il nostro obiettivo non è quello di porre nuovi ostacoli a un’industria già in pesanti difficoltà ma quello di aiutare i costruttori americani a prepararsi per il futuro». Quindi, puntare sì sull’indipendenza energetica ma anche sulla produzione delle auto pulite in territorio statunitense. Tanto per cominciare, Obama ha annunciato che entro il 2011 gli standard per i consumi dovranno essere molto più severi. E che nel 2020 il consumo medio di un’automobile verrà fissato a 35 miglia a gallone, cioè circa 15 chilometri con un litro. Un valore che in Europa non spaventa nessuno ed è facilmente raggiungibile già ora dalle piccole cilindrate, ma che negli Stati Uniti suona come fantascienza, vista l’altissima dispendiosità di Suv e light truck che costituiscono la maggioranza delle vetture circolanti. Pensare di ridurre drasticamente in così poco tempo consumi che si aggirano intorno ai 45 chilometri per litro è un’operazione a dir poco complicata. E soprattutto molto costosa.

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VALLE BORMIDA: MSE, NASCE NUOVO POLO INDUSTRIALE DEL FOTOVOLTAICO

La realizzazione di un nuovo polo industriale del fotovoltaico è l’obiettivo dell’accordo di cooperazione industriale tra Ferrania Technologies e la Federazione Nazionale Fonderie ­ Assofond, definito in questi giorni nell’ambito delle attività promosse dal Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, con l’Accordo di programma per il rilancio dello sviluppo della Valle Bormida. L’accordo sarà sottoscritto domani, venerdì 30 gennaio, presso la sede del dicastero di Via Veneto. L’investimento, che nasce dall’impulso dato dal Ministero e che si basa sulle sinergie fra l’esperienza chimica della nuova Ferrania e quella dell’associazione che riunisce circa 300 fonderie (che realizzano circa l’80% del prodotto nazionale del settore), consentirà di realizzare un’impresa tecnologicamente avanzata, destinata a posizionarsi fra le prime in Italia, che impegnerà l’intera filiera industriale che va dalla lavorazione del silicio e dal corretto riciclaggio degli scarti generati dal suo taglio, alla produzione di celle e moduli, fino alla loro istallazione e manutenzione. Entro i prossimi tre mesi saranno al lavoro i tecnici dei soggetti imprenditoriali impegnati per la messa a punto del progetto esecutivo del nuovo polo dell’industria fotovoltaica, comprensivo di stabili attività di ricerca e sviluppo tecnologico e produttivo. L’iniziativa va ad integrare e amplificare il programma industriale presentato sul finire dello scorso anno da Ferrania Technologies, dopo che era tramontata l’ ipotesi di un grande laminatoio a Ferrania. Gli obiettivi da conseguire sono molteplici: quello di realizzare prodotti fotovoltaici di nuova generazione, a più alta efficienza energetica e in grado di competere in un mercato che si prevede sarà fortemente competitivo in tempi stretti; quello di offrire alle stesse industrie di fonderia, altamente energivore, una reale fonte alternativa di approvvigionamento energetico a costi contenuti; nonché quello di dare un importante contributo all’attenuazione dei consumi di carburanti fossili. Si accompagna a tutti questi obiettivi l’incisivo effetto che l’iniziativa è destinata ad esplicare nella manovra di reindustrializzazione regolata dall’Accordo di Programma, per la realizzazione di una moderna attività produttiva e per il contributo di nuova e stabile occupazione che questa è in grado di assicurare, determinando una rilevante valorizzazione del nuovo programma industriale della nuova Ferrania.


NON E’ SOLO UN COSTO IL PACCHETTO CLIMA

NON E’ SOLO UN COSTO IL PACCHETTO CLIMA

di Marzio Galeotti 10.12.2008

La distruzione dell’ambiente e della natura è secondo i sondaggi una delle principali preoccupazioni degli italiani. Ma ai livelli più alti delle istituzioni e della nomenclatura economica si continua ad avversare il pacchetto clima europeo, adottando l’ottica parziale dei suoi costi, senza il minimo riferimento ai benefici attesi. Certo, non facilmente quantificabili. Anche perché si tratta di una manovra complessa, con molteplici obiettivi, dalla lotta ai cambiamenti climatici all’indipendenza energetica. Un peccato non parteciparvi.

In attesa delle decisioni del Consiglio europeo dell’11-12 dicembre, che potrebbero essere risolutive, il pacchetto clima continua a tenere banco. (1) La presidente degli industriali italiani, Emma Marcegaglia, arriva a dettare la linea al governo, affermando che deve porre il veto all’approvazione del pacchetto nella sua attuale versione perché rischia di provocare la “scomparsa dell’industria manifatturiera nazionale e tra i primi a farne le spese sarebbero i settori del vetro, ceramica, carta e siderurgia”. (2)

GLI EUROPEI, I COSTI E I BENEFICI

Queste drammatiche dichiarazioni rivelano ancora una volta che, anche ai livelli più alti delle istituzioni e della nomenclatura economica, si continua ad adottare l’ottica parziale dei costi della proposta, senza il minimo riferimento ai benefici attesi. Secondo la Commissione europea, il pacchetto clima contribuirebbe a creare dai 600mila ai 900mila nuovi posti di lavoro nell’Europa a 27, a partire dai settori legati all’energia rinnovabile e dell’efficienza energetica, che attualmente occupano 150mila persone nell’Unione a 15, contro i 60mila occupati nel settore del cemento e di 30mila in quello dell’acciaio. Forse non bastano questi quattro dati per rendere conto del lato negletto del pacchetto clima. Insomma, se davvero l’industria scomparirà o se invece finirà per espandersi e rinnovarsi, dipende dalla valutazione dei costi del pacchetto clima al netto dei benefici che esso produrrà.
Il 22 novembre 2008 la Repubblica dava risalto a un sondaggio contenuto nel secondo rapporto Demos, curato da Ilvo Diamanti, secondo cui al primo posto nella graduatoria delle paure degli italiani stava, a ottobre 2007 come a novembre 2008, “la distruzione dell’ambiente e della natura”, mentre al secondo le preoccupazioni per “il futuro dei figli”. In precedenza, un sondaggiodi Eurobarometro aveva rivelato che tre quarti dei cittadini europei prendono molto sul serio il problema dei cambiamenti climatici: il 62 per cento lo considera uno dei problemi più gravi che il mondo deve attualmente affrontare. (3) L’Italia, insieme al Portogallo, si piazza penultima con il 47 per cento nella classifica europea, superando di poco il 45 per cento della Repubblica Ceca.
Un dato di particolare interesse è che quasi due terzi degli europei (il 63 per cento) ritiene che la tutela dell’ambiente costituisca un motore dell’innovazione tecnologica, più che un ostacolo al suo sviluppo (16 per cento). Il 64 per cento crede che sia necessario privilegiare la protezione dell’ambiente rispetto alla competitività economica, mentre solo 18 per cento  pensa l’opposto. Infine, circa i due terzi di coloro che hanno risposto al sondaggio ritengono che sia giusto prendere decisioni in materia ambientale all’interno dell’Unione Europea più che a livello nazionale.
Quella del pacchetto clima sembra quasi una battaglia personale del governo e dell’industria italiana e non si capisce se il resto del paese la condivide. In realtà, se l’esito dei sondaggi è veritiero, bisognerebbe concludere che deve esserci, nella pubblica opinione, una percezione dei benefici delle politiche a mitigazione dei cambiamenti climatici che i nostri governanti, per dolo o per colpa,  trascurano.

UN’ARCHITETTURA COMPLESSA

Esercitarsi in una valutazione quantitativa e monetaria dei benefici di un insieme di misure articolato come quello europeo è operazione non facile, e comunque assai più impegnativa della valutazione dei costi. Il primo motivo è che l’operazione architettata dalla Commissione europea non è solo un pacchetto di direttive sulle emissioni di CO2 delle industrie europee o sullo stimolo alle fonti rinnovabili di energia. È ben di più, se consideriamo come parte integrante del disegno la proposta di direttiva sulla cattura e lo stoccaggio del carbonio, la direttiva già recepita sull’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici e soprattutto lo Strategic Energy Technology  Plan,un importante documento che contiene misure relative alla pianificazione, realizzazione, risorse e cooperazione internazionale nel campo delle tecnologie energetiche. (4)
Il secondo motivo è che l’obiettivo di questa complessa manovra non è uno solo, ma molteplici. Non solo si vuole contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici, ma anche accrescere l’indipendenza energetica, particolarmente dalle fonti fossili di importazione. Si vuole dare un impulso decisivo a un nuovo modello di sviluppo, quello dell’economia a basso tenore di carbonio, conquistando la leadership sui mercati delle nuove tecnologie energetiche, promuovendo la nascita o la diffusione di nuove industrie e settori produttivi, cambiando permanentemente le modalità di produzione e di consumo, e con esse le abitudini dei cittadini europei. Si vuole presumibilmente infine riconquistare un ruolo di primo piano nello scenario geopolitico dove si affacciano nuovi e rilevanti attori.

PREFERENZE RIVELATE

Se si è convinti di tutto ciò, si converrà allora che quantificare i benefici dell’intera manovra è difficile e, nel caso di molti , praticamente impossibile. Vi sarebbe però un argomento che, nella sua semplicità, potrebbe essere guardato come risolutivo. Poggiando sull’assunto della razionalità, l’economista direbbe che se osserviamo individui e organizzazioni effettuare certe scelte, in presumibile presenza di alternative, allora dobbiamo dedurre che ciò corrisponde alla soluzione preferita, quella ritenuta migliore. Gli economisti le chiamano “preferenze rivelate”. Se osserviamo un gruppo nutrito di paesi avanzati che consapevolmente e concordemente approva un siffatto pacchetto di misure, allora “deve essere vero” che per ognuno di essi i benefici (il più estesamente definiti) superano i costi. Due esempi su tutti. Secondo le ultime rilevazioni della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell’Onu, la Spagna è terza dopo Canada e Giappone a essere più distante dall’obiettivo di Kyoto, quello che va centrato entro fine 2012. (5) Pur tuttavia non abbiamo visto gli iberici mettersi a capo della fiera opposizione al pacchetto clima europeo. Il Regno Unito sta per approvare definitivamente una nuova legge, il Climate Change Bill, che imporrà al paese l’obbligo di ridurre le emissioni dell’80 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050. La legge in arrivo, per raggiungere l’obiettivo, legalmente vincolante, garantisce una voce di spesa apposita nel bilancio statale, con un budget che sarà rivisto ogni cinque anni assieme a una commissione indipendente di esperti di cambiamenti climatici, “per evitare che i politici decidano sulla base delle pressioni del momento”, secondo le parole di Ed Miliband, segretario di stato per l’Energia e i cambiamenti climatici del governo britannico. (6) Altro che l’Italia.
Se dovessimo comunque tentare una rassegna dei benefici attesi del pacchetto clima, potremmo iniziare articolando il discorso secondo gli obiettivi che intende perseguire. La riduzione delle emissioni di gas-serra conduce essenzialmente a valutare i danni evitati. E questi ricomprendono numerose conseguenze negative, anche se molte ancora non si vedono alle nostre latitudini. Ma ci sarà un buon motivo se, dopo il programma di evacuazione che il governo indonesiano prepara per gli abitanti delle isole a rischio innalzamento dei mari, leggiamo che il nuovo presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed, ha annunciato un fondo per finanziare l’acquisto di un “nuovo paese” se l’arcipelago fosse sommerso, causa riscaldamento globale, dall’oceano Indiano. (7) Tra gli effetti più chiaramente percepibili vi sono gli episodi climatici estremi, come l’ondata di calore del 2003. Secondo l’Organizzazione mondiale per la salute (Who)più di52mila europei morirono durante quell’estate. Ma questo è solo un esempio, forse il più significativo, delle conseguenze che si potrebbero attenuare, se non evitare del tutto, con un’azione incisiva a riduzione delle emissioni. (8) Secondo unostudio, commissionato dalla Heal (Health and Environment Alliance), dalla Can (Climate Action Network) e dal Wwf, il risparmio di spese sanitarie stimato per il target di emissioni del 20 per cento, sarebbe di 51 miliardi di euro, ma salirebbe a oltre 76 miliardi se il taglio fosse del 30 per cento.
Quanto al tema della sicurezza energetica, il pacchetto clima consentirebbe all’Italia di risparmiare fino a 12,3 miliardi di euro di importazioni di petrolio e gas secondo le valutazioni di impatto della stessa Commissione europea. Vale la pena ricordare che nel 2005 più del 54 per cento dell’energia consumata in Europa era importata da paesi terzi. Come valutare i costi non monetari di una minore dipendenza dalla politica di pressione che la Russia esercita sull’Unione, quando si ricordi che quel paese soddisfa il 18,1 per cento della domanda europea di energia primaria? Questi minori costi, che non sono solo di minori importazioni, ma che sono anche di minori rischi, di diminuito potere di monopolio sono certamente di difficile quantificazione.
Più semplice è, per così dire, valutare i benefici per giro d’affari e occupazione che il pacchetto clima produrrebbe nell’industria delle fonti di energia rinnovabile. L’industria europea delle rinnovabili impiega oggi più di 400mila persone con un giro d’affari di 40 miliardi di euro. Secondo un recente rapporto di Erec, l’associazione europea dei produttori di rinnovabili, al 2020 il settore garantirà 2 milioni di posti di lavoro. Secondo l’Aper, l’associazione italiana, una chiara politica di promozione delle fonti rinnovabili e della filiera industriale collegata può significare per l’Italia nei prossimi dodici anni investimenti privati per oltre 50 miliardi di euro e la creazione di nuova occupazione per più di 100mila addetti, offrendo inoltre un importante contributo allo sviluppo economico e sociale.(9) Lo stesso Barack Obama progetta di creare 5 milioni di nuovi posti di lavoro con un investimento da 150 miliardi di dollari in dieci anni in questo settore.
Contribuire a quello che l’Onu ha chiamato un “Global Green New Deal”, una rivoluzione che promette vantaggi anche per l’Europa, e per l’Italia, seppure non immediatamente quantificabili. E pure degli obblighi. Non va dimenticata la responsabilità storica che abbiamo in ordine alla crescita secolare delle emissioni. Non va dimenticato il principio di chi inquina paga. Ma andrebbe attentamente valutato il vantaggio da first mover che il pacchetto garantirebbe all’Unione nel mettere gli altri paesi di fronte alle proprie responsabilità, forse già a Copenhagen 2009, e nel condizionare l’esito del negoziato. Con quali benefici globali netti?

 

(1)Se non si dovesse arrivare a una decisione definitiva Sarkozy ha ventilato la possibilità di convocare tra Natale e Capodanno un consiglio straordinario dopo il pronunciamento dell’Europarlamento sul pacchetto di direttive energia-clima.
(2)Si vedano le dichiarazioni rese al Corriere della sera del 3 dicembre 2008.
(3)Rapporto disponibile a http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_300_full_en.pdf, del settembre 2008 su sondaggio condotto a maggio.
(4)Decreto legislativo del 5/6/2008 che attua nel nostro ordinamento la direttiva 2006/32/Ce. Il provvedimento recepisce la direttiva che obbliga l’Italia a ridurre i consumi del 10% entro il 2016. Il Set Plan si trova all’indirizzo http://ec.europa.eu/energy/technology/set_plan/set_plan_en.htm.
(5)Si veda per esempio alla pagina http://unfccc.int/press/items/2794.php.
(6)
Informazioni dal sito http://www.kyotoclub.org/index.php?go=30b603&.
(7)
http://www.guardian.co.uk/environment/2008/nov/10/maldives-climate-change.
(8)
Sulle ondate di calore si veda lo studio del Who del 2004 http://www.euro.who.int/document/e82629.pdf.Un esaustivo rapporto sugli impatti in Europa si trova presso l’Agenzia europea per l’ambiente all’indirizzo http://reports.eea.europa.eu/climate_report_2_2004/en.La stima di 51 miliardi di euro è calcolata sulla base delle spese derivanti dalle cure mediche, dalla perdita di giorni di lavoro e dai costi sostenuti dagli ospedali. La Commissione europea stima che ogni anno 369mila persone muoiano prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico, e che queste morti premature e le cure mediche associate all’inquinamento costino il 3-9% del Pil europeo. I co-benefici calcolati per i cittadini europei sono il risultato delle riduzioni che si avrebbero di tutti quegli inquinanti che derivano dal taglio delle emissioni di CO2, come il biossido di zolfo (SO2), l’ossido di azoto (Nox) e il particolato (polveri sottili, Pm). Si veda http://ilcorrieredelweb.blogspot.com/2008/10/wwf-riduzione-del-30-di-gas-serra-un.html.
(9)Rapporto “Renewable Energy Technology Roadmap – 20% by 2020” http://www.erec.org/fileadmin/erec_docs/Documents/Publications/Renewable_Energy_Technology_Roadmap.pdf.In rete si trova un’interessante ed esaustiva rassegna dal titolo “Jobs from Renewable Energy and Energy Efficiency” relativa ai vari studi condotti al proposito: http://www.eesi.org/files/green_jobs_factsheet_102208.pdf.