Il Gruppo Seipa nasce nel 1968 nel settore estrattivo. Oggi produce oltre 320 mila tonnellate di aggregati riciclati e ha portato al 100% il loro tasso di reimpiego.
Nel 1968 il cuore dell’attività erano pozzolana e tufo, le stesse materie prime che per secoli hanno accompagnato la storia edilizia di Roma. Cinquantotto anni dopo, il Gruppo Seipa continua a produrre materiali per costruzioni e infrastrutture, ma il suo modello industriale è profondamente cambiato: nel 2025 ha gestito oltre 1,2 milioni di tonnellate di materiali, il 75% dei materiali in uscita dai propri impianti è risultato di natura riciclata e la produzione di aggregati inerti riciclati ha superato le 320 mila tonnellate.
È forse proprio in questi numeri che si legge meglio la trasformazione di un settore tradizionalmente identificato con cave ed estrazione e che oggi prova sempre di più a costruire il proprio futuro sulla circolarità delle risorse.
La storia industriale del Gruppo Seipa, oggi specializzato nel trattamento dei rifiuti inerti per il loro riutilizzo come materiali da costruzione, comincia nel 1968 per iniziativa di tre soci fondatori.
Nel 1975 nasce Smeca, mentre nel 2000 viene costituita Seipa Srl, che affianca alle attività tradizionali la produzione di calcestruzzi e premiscelati e sviluppa attività legate al recupero dei rifiuti inerti. Nel 2003 entra nel gruppo Quattro A, società legata alle attività estrattive e ai trasporti.

Quella che inizialmente era soprattutto una filiera di approvvigionamento delle materie prime naturali diventa progressivamente anche una filiera di recupero.
Oggi circa il 60% dei volumi complessivamente trattati è legato agli aggregati inerti riciclati, tra materiali avviati al recupero e prodotti reintrodotti sul mercato, mentre il 75% dei materiali in uscita dagli impianti è di natura riciclata.
La produzione di AIR —aggregati inerti riciclati— è passata dalle circa 30 mila tonnellate del 2008 a oltre 320 mila tonnellate nel 2025, aumentando di oltre dieci volte in 17 anni.
Nello stesso anno il tasso di reimpiego ha raggiunto il 100%. «Il punto non è più soltanto recuperare un rifiuto, ma trasformarlo in un materiale che possieda caratteristiche, prestazioni e continuità tali da poter tornare stabilmente nel mercato delle costruzioni» osservano gli specialisti del Gruppo Seipa.
È questa la trasformazione che sposta il baricentro dell’economia circolare: dalla gestione dello scarto alla produzione di una nuova materia prima.
Il cambiamento riguarda anche la tipologia dei materiali. Tra le soluzioni sviluppate dal Gruppo c’è il Duremix, miscela fluida e autolivellante a base di aggregati di origine vulcanica e leganti idraulici, utilizzabile per riempimenti di scavi, voragini, cunicoli, cavità, sottofondazioni e lavori stradali.
Le sue caratteristiche consentono di evitare la compattazione successiva al getto e, in condizioni adeguate, di rendere possibile il transito dei mezzi d’opera già dopo circa 24 ore, riducendo i tempi di chiusura degli scavi e l’impatto dei lavori sulla circolazione.
Ma il passaggio forse più rappresentativo dell’evoluzione del Gruppo è il Becomix, miscela betonabile realizzata con aggregati provenienti dal recupero di rifiuti da costruzione e demolizione.
Qui il materiale che nasce come rifiuto rientra direttamente nella filiera produttiva come componente di un nuovo prodotto industriale. E anche l’acqua rientra nel ciclo: la logica circolare non riguarda soltanto gli inerti.
Nel sito di Porta Medaglia il Gruppo Seipa dispone anche di un impianto per il trattamento delle acque di percolazione e delle acque di prima pioggia raccolte negli insediamenti. Una volta trattate e sottoposte a controllo dei parametri chimico-fisici, tali acque possono essere riutilizzate anche nei processi produttivi legati al Becomix.
È un ulteriore passaggio nella costruzione di una filiera nella quale il principio industriale diventa quello di ridurre progressivamente ciò che viene considerato definitivamente “scarto”.
Nel frattempo cambia anche il modo di produrre. Parte degli impianti del Gruppo è oggi dotata di tecnologie di interconnessione Industria 4.0, impiegate per il controllo dei processi, della qualità produttiva e per l’automazione di alcune funzioni operative.
La trasformazione dell’industria degli inerti diventa quindi contemporaneamente materiale e digitale: recuperare più materia, controllarne meglio le caratteristiche e rendere più efficienti i processi.
Il percorso è accompagnato da sistemi di certificazione per qualità, ambiente, sicurezza e controllo della produzione, mentre la collaborazione con il mondo universitario ha portato negli anni studenti e ricercatori anche negli impianti del Gruppo Seipa per studiare i processi di recupero dei materiali da costruzione e demolizione.
La trasformazione di Seipa si inserisce in un mercato nazionale di dimensioni ormai enormi. Secondo il Rapporto Rifiuti Speciali 2026 di ISPRA, nel 2024 le attività di costruzione e demolizione (C&D) hanno generato 90,4 milioni di tonnellate di rifiuti, pari al 52,5% di tutti i rifiuti speciali prodotti in Italia, con un tasso di riciclaggio C&D dell’82,4%.
Numeri che mostrano come il riciclo sia ormai una realtà industriale, ma pongono un problema ulteriore: trasformare una quota sempre maggiore dei materiali recuperati in prodotti effettivamente richiesti dal mercato.
«La prossima fase non si misurerà soltanto in tonnellate recuperate, ma anche nella capacità di sostituire realmente materie prime naturali con materie prime seconde certificate e competitive» sottolineano gli specialisti del Gruppo Seipa.
In questo senso la storia iniziata nel 1968 assume un significato diverso. Non racconta soltanto la durata di un’impresa, ma il cambiamento del suo stesso rapporto con la materia: dalla disponibilità della cava alla capacità di rigenerare ciò che il cantiere restituisce.
Cinquantotto anni dopo, pozzolana e tufo rimangono parte della storia del Gruppo Seipa. Ma accanto alla materia estratta cresce quella recuperata. Ed è probabilmente in questo passaggio —dal prelevare nuove risorse al dare una seconda vita a quelle già utilizzate— che si misura una delle trasformazioni industriali più profonde dell’edilizia contemporanea.

